40 anni al Corso e l’incontro con Primo Levi

in Storie di

“Avevo comprato delle tazzine da tè nuove, tutte colorate. Volevo fare una figura carina. Mio marito che lavorava all’Hotel Gottardo aveva invitato a casa Primo Levi e sua sorella. Avevano desiderio di conoscere me e il nostro bambino. Non sapevo chi fosse Levi, mio marito mi aveva detto che era uno scrittore. Quando sono arrivati a casa ho portato il tè nel salotto, accompagnato da pasticcini e biscotti, ma appena vedono le tazzine, lui e la sorella si commuovono.  Ho chiesto se il tè andasse bene, preoccupata, ma loro iniziano a piangere. Non capivo cosa stesse accadendo, pensavo di avere sbagliato qualcosa, ma ero anche contrariata. All’improvviso, entrambi si alzano, vengono verso di me e mi abbracciano. Mi chiedono dove avevo preso quelle tazze e io, esterrefatta, rispondo: ‘Dagli ebrei’, come si usava chiamare il negozio dove avevo comprato le tazzine. Si asciugano il viso, si siedono nuovamente per sorseggiare il tè, poi mi dicono ‘signora sa che queste tazze sono quelle che usavamo a casa nostra, prima della guerra?’. Non conoscevo la loro storia, mi sono poi informata e da allora ci siamo sempre incontrati ogni volta che sono venuti a Lugano. Ci siamo scritti spesso”.

corso-3

Erano gli anni 70. Jvana Grimaldi ci racconta l’aneddoto mentre è seduta sul divanetto geometrico della hall del Cinema Corso a Lugano. Ogni tanto si alza, si muove tra i vetri che riflettono le luci in diagonale, tra  i forti colori verde-arancio del salone di attesa, e il vano biglietteria, piccolo, caldo, dove dispone tutte le sue carte. La prima proiezione è prevista fra 30 minuti, lei verifica che ogni cosa stia al suo posto.  Nella sala grande, quella in bianco e nero, ideata e disposta non a caso dall’architetto Rino Tami per garantire la migliore percezione dell’immagine cinematografica sullo schermo, la signora Jvana entrerà qualche minuto prima della proiezione. “Il cinema nasce nel 1956. Io arrivo qui nel 1974. Da allora per me si è aperto un mondo”. In biglietteria da allora, Jvana gestisce l’organizzazione del cinema, una volta con lei c’erano le “maschere”, gli accompagnatori, “controllavo che tutto funzionasse, i manifesti, gli orari, la pubblicità”.  Oggi passeggiando in via Pioda a Lugano, dopo le 18:00, la si scorge dietro il vetro della biglietteria, un corpo esterno al locale nel quale organizza biglietti, appunti, orari.

corso-6

Per lei il cinema Corso è da sempre  il mondo. “Quando ero giovane avevo già molti interessi, ero  curiosa. Lavorando nel cinema, nonostante sia un locale chiuso, gli orizzonti si sono aperti enormemente. In quegli anni e per molto tempo, c’era continuamente un confronto, un dialogo con chi veniva a guardare i film. Il Corso era diventato un luogo di incontri e aggregazione, passavano un po’ tutti, uomini di cultura, uomini noti in città, intellettuali di altri Paesi, registi, critici. Prima e dopo la proiezione si discuteva del film in programma ma anche delle mostre d’arte, di musica, di cinema e teatro. Era un fermento culturale. C’erano dei gruppetti di persone ben definiti che si riunivano intorno ai divanetti. C’era la comunicazione, ma soprattutto la comunione, perché si condivideva questi momenti di emozione con gli altri. Dal cinema è partito l’interesse per tante cose, mi sono messa a studiare filosofia, storia dell’arte, psicologia, il mio grande amore. Tutto da autodidatta, di tempo non ce n’era molto, avevo la famiglia, il lavoro. E questo mi ha permesso di essere una persona libera, con una mia testa e un cervello. Il cinema per me era uno spazio mentale dove potere trovare me stessa. Quando venivo a lavorare era una grande gioia, adesso è un po’ più triste, perché manca questo dialogo, ma il mio lavoro mi ha dato una grande gioia e ricchezza di animo e tanti valori”.

corso-1

In 40 anni Jvana ha visto molti cambiamenti, l’evolversi delle abitudini, degli usi e degli atteggiamenti. Sono cambiati i gusti, gli spettatori. Anche Lugano era allora diversa. Tanti intellettuali italiani e stranieri si recavano in città. Il suo incontro e la corrispondenza con la famiglia Levi ne è un esempio. Ci sono altri aneddoti che lei ricorda, alcuni legati al cinema, altri alla vita privata. Come le volte in cui lei e suo marito incappavano in Giuseppe Prezzolini sulla strada che da Ponte Tresa porta a Lugano. “Lo incontravamo spesso perché lui amava andare a Ponte Tresa. Aveva una macchina mal ridotta e spesso cercava un “passaggio”, perché la sua auto aveva continuamente problemi. Lo abbiamo accompagnato in diverse occasioni a Lugano. In una di queste, per ringraziarci ci ha invitato a casa sua. Mi ricordo che il suo appartamento era spoglio, spartano, un tavolo con delle sedie panche e al posto dei vasi aveva delle latte sul balcone. Ci confidò di essere stato derubato tante volte in America e di aver scelto di vivere con poco”. Il Corso ha da sempre proposto film d’autore, è stato il primo cinema a proiettare film in lingua originale durante i famosi cineclub, ed oggi è l’unico cinema che proietta ancora in pellicola. Conserva una caratteristica ben definita, un’architettura avanguardista, secondo i canoni dell’architettura moderna, una sala trapezoidale creata sulla base di uno studio visivo e acustico con rivestimenti interni forti e geometrie precise. Un ambiente che ha anche regole proprie come quella di non distribuire popcorn. Entrare al Corso è un’esperienza culturale, osmotica, un salto in qualcosa d’altro, non necessariamente ‘passato’, e ancora amato da molti svizzeri.

corso-8

Ma gli spettatori sono cambiati. La signora Jvana una sua idea ce l’ha: “L’approccio al film è cambiato. Le persone che vengono al cinema non comunicano più. Tanti giovani non parlano tra loro. Mentre aspettano la proiezione in sala d’attesa  non ascoltano l’altro. Già alla cassa si presentano con un telefonino, lo guardano, vanno avanti, entrano in sala ancora con il telefonino. Il cinema è sempre più solo divertimento, molto meno cultura. Alcune persone che vengono non sanno neanche cosa vedranno. Non sanno nulla. Pochissimi sono prepararti a vedere un film. Certo poi ci sono molti spettatori fedeli  e affezionati. Penso tuttavia che ci sia in atto un disinteresse generale e crescente verso le forme culturali. Anche nelle multisale l’affluenza è in tendenza negativa. Io invece ho bisogno di tutto questo, del film, del teatro, del libro. Mi danno la linfa di cui ho bisogno per sopravvivere”. Jvana si alza di nuovo, è quasi ora. Ci spiega prima di andare di non aver mai pensato di lasciare quello spazio. “Ho avuto delle offerte, altre possibilità, ma ho scelto di dare la priorità alla qualità di vita, al mio giusto equilibrio. Questo cinema può dare ancora molto a Lugano, non solo offerte cinematografiche diverse, ma una dimensione culturale diversa. Qui per me ora ogni cosa rappresenta un frammento di emozione,  frammenti di vita vissuta. Girando nei locali, spunta il ricordo, basta un cartellone, un angolo, una poltrona. Sono una persona molto contemplativa e a volte c’è anche una vena di melanconia, ma mi dico che tutto questo fa parte della vita, che ci sono cambiamenti che bisogna accettare e allora volgo lo sguardo altrove”.

Salvatore Medici