Author

Salvatore Medici

Salvatore Medici has 30 articles published.

I grani del futuro. Intervista a Salvatore Ceccarelli

in Accadimenti/Senza categoria by

Salvatore Ceccarelli è un genetista italiano di fama internazionale. Dal 1984 al 2008 è stato responsabile del programma di miglioramento genetico dell’orzo presso il centro di ricerca ICARDA in Siria, producendo nuove varietà oggi coltivate in 24 paesi. Da molti anni, ha avviato una nuova tipologia di ricerca scientifica secondo il metodo partecipativo, coinvolgendo direttamente gli agricoltori nel miglioramento evolutivo dei cereali. Un metodo in aperto contrasto con la filosofia dominante del miglioramento genetico che si basa sulla produzione di varietà grazie all’ausilio di concimazioni, anticrittogamici e diserbanti. Da alcuni anni ha avviato la sperimentazione dei miscugli, cioè la mescolanza di tantissime varietà diverse della stessa specie di cereali (grano duro, grano tenero, orzo, riso, mais). I miscugli garantirebbero di mangiare cibi più sani, adattare le colture al cambiamento climatico, riportare il controllo dei semi nelle mani degli agricoltori, aumentare le produzioni e contemporaneamente la biodiversità.

Da un punto di vista nutrizionale c’è differenza nel cibarsi di grani e farine industriali, rispetto ai grani antichi?

Secondo alcuni studi che sono stati fatti recentemente e che hanno coinvolto alcuni ricercatori piemontesi, le vecchie varietà hanno due grosse differenze rispetto alle moderne. Innanzitutto non sono geneticamente uniformi e quindi hanno meno probabilità di causare intolleranza al glutine perché hanno diverse molecole di glutine al loro interno. Di recente abbiamo sperimentato un miscuglio di grani di antiche varietà, nel quale sono presenti migliaia di molecole di glutine diverse, nessuna delle quali provoca allergie. In genere a provocare l’allergia è la gliadina che nelle varietà moderne di cereali industriali è presente in grosse quantità. Nelle varietà antiche oltre alla minima presenza della molecola negativa, sono presenti anche tante altre molecole di glutine non allergiche. Quindi in un miscuglio di varietà antiche il rischio di allergia diminuisce notevolmente. Inoltre la seconda caratteristica dei grani antichi è che in essi si trovano micronutrienti scomparsi nelle varietà moderne. In pratica c’è una maggiore biodiversità, un numero superiore di elementi che arricchiscono la flora intestinale e difendono il nostro organismo.  

Come si sono evoluti i grani industriali che abbiamo oggi?

La diminuzione della biodiversità è stata in larga misura causata dall’agricoltura industriale e dalla rivoluzione verde degli anni ’60, basata su poche varietà di cereali geneticamente selezionate, spesso imparentate tra di loro e che rispondono in modo uniforme a fertilizzanti, erbicidi e pesticidi. Si stima che nel mondo vi siano 250 mila specie vegetali, di cui circa 50.000 sono commestibili, in realtà noi ne mangiamo solo 250 di cui 15 forniscono il 90% delle calorie nella dieta umana e solo tre (riso , mais e grano) il 60%. Queste tre colture sono quelle in cui il miglioramento genetico convenzionale ha drasticamente ridotto la diversità genetica. Un paio di studi pubblicati recentemente dimostrano la relazione esistente tra l’aumento dell’uniformità di ciò che mangiamo, la diminuzione della biodiversità nella flora intestinale e un aumento di malattie come i tumori. La ricerca ha cominciato a chiarire che l’aumento della frequenza di molte intolleranze, ma anche di malattie come il diabete, l’obesità e vari tipi di tumori, è associata quindi alla crescente uniformità del cibo che mangiamo. Pertanto va benissimo introdurre varietà antiche di una stessa specie come il grano, il mais o il riso, ma vanno introdotte anche nuove specie come per esempio il miglio o l’orzo. Penso per esempio all’orzo dei Grigioni.

Tornando al grano, uno di quelli antichi che sta avendo un grosso successo è il senatore cappelli. Come mai?

Ricordo che parecchi anni fa, del senatore cappelli si occupava anche la Barilla, in quanto si riconosceva la qualità del glutine insuperabile da un punto di vista nutrizionale. La qualità della pasta per esempio è indiscutibile. Oggi cercano di appropriarsene tutti, ma bisogna capire come è coltivato e questo si può fare solo andando nei campi, perché il grano senatore cappelli è riconoscibile e unico, per la sua altezza e la spiga rigogliosa.  

Adottare grani antichi o miscugli di grani e riversarli sul mercato è possibile?

Oggi  tutto dipende dalla valenza economica di un alimento. I cereali industriali hanno dei costi bassi sul mercato, difficilmente equiparabili. Ma è anche vero che con la varietà antiche dei grani è possibile ottenere molti risparmi. Consideri che mia suocera che ha 85 anni compra un pane ricavato da un miscuglio di grani ancestrali a 6 euro al chilo, ma alla fine del mese non spende di più, perché il pane dura una settimana, sazia di più, quindi ne mangia meno. A Bologna da un anno è nato un forno che utilizza farina di miscugli di cereali antichi, lo vende a prezzi esorbitanti, ma ha la coda fuori dal negozio di anziani, pensionati e lavoratori perché si sentono meglio. Il concetto di miscuglio dei grani e dei semi ha un significato economico importante, in quanto a lungo termine permette di risparmiare. In base alle sperimentazioni su un miscuglio di centinaia di orzi che stiamo facendo in Iran, sta emergendo una maggiore adattabilità al cambiamento climatico, una resa costante del prodotto e la riduzione delle infestanti senza intervento della chimica. Questo è stato verificato anche con i grani antichi in Sicilia, mentre stiamo preparando un progetto europeo per il miglioramento genetico nell’agricoltura biologica. Questa oggi si avvale di varietà di semi non pensate per il biologico ma per l’agricoltura industriale e quindi i costi per produrre sono superiori. Con questo progetto utilizzeremo migliaia di semi di varietà antiche in ambiente bio, che penso garantiranno una maggiore resa e prezzi minori. 

SALVATORE MEDICI

Il buio è buio, tutto o nulla

in Accadimenti by

Rannicchiarsi, camminando incerto. Rannicchiarsi, incerto nell’ascolto. Stringendo le spalle, incassando la testa, cauto mi tuffo nel nero, lasciandomi alle spalle la neve che cade fuori, bianca se la vedi, eppure fresca se la tocchi, eppure fragrante se la odori.

Una cena è solo una cena, speciale se è al buio. La prima volta che ne ho sentito parlare ero a Lugano, quattro anni fa. L’associazione di ciechi invitava a cena un gruppo di giornalisti e il mio collega Paolo ne ha scritto e raccontato il giorno dopo. Quattro anni e stasera me la ritrovo, un po’ voluta, un po’ per caso, qui nella mia terra, a Sant’Arsenio in provincia di Salerno, grazie all’associazione Voltapagina che la organizza in collaborazione con il CSV Sodalis di Salerno e a Gelsomina Palmieri, la tiflologa, (non sapevo cosa fosse prima, mea culpa) che nel Vallo di Diano l’ha proposta per la prima volta. E questa sera a cena vado anche io, insieme a colleghi giornalisti, persone cieche o ipovedenti. Disabilità visiva si chiama, ma quando entro nella saletta adibita a cena, buia, la sensazione è il disagio del corpo, l’incertezza fisica nella sua pienezza. A recuperarmi dall’impatto oscuro è Imma, cameriera ipovedente, che mi dà il suo braccio, poi la spalla e lentamente mi accompagna a raggiungere la sedia, agguantata dopo scomposti movimenti. Il buio è buio, nulla o tutto, ma è buio e ti prende il corpo, incassandolo dentro. Mi rannicchio accanto agli altri ospiti seduti a tavola. Mi avvicino prudente a prendere bottiglie dal basso e bicchieri che non riempio per paura di versare liquidi. Non c’è il tempo di parlare con chi mi sta vicino, preso a capire cosa mi ruota intorno. Inutili tentativi, il buio è il buio, tutto e nulla, e percepirlo come abitudine sembra impossibile. Per Francesco che è dall’altro lato del tavolo è impossibile accettare il buio fino in fondo, soprattutto se hai visto il mondo prima, quando magari guidavi, e poi lentamente o improvvisamente tutto inizia a sfumare, fino a non vedere che il nulla, dieci anni di buio, ora che ne ha 40 e una vita davanti. Eppure stasera, Francesco sorride e ha la forza di chi, nonostante non accetti ancora, è andato a Bologna da solo per frequentare un corso per non vedenti, è tornato nel Vallo di Diano a vivere da solo in appartamento, perché ha 40 anni e non può vivere ancora con i genitori. Come dire, quando il buio diventa tutto. La voce di Imma annuncia piatti in arrivo, il primo. L’istinto è prendere tutto con le mani, che le posate sembrano larghe. Chicchi di riso con tartufo e sfoglia di pasta che volano via sul tavolo o a terra, tra salsa e chissà che altro. A non vedere non sai cosa mangi, se non annusando o aspettando suggerimenti dagli altri. Raffaele Rosa, l’animatore della serata e presidente dell’Unione Ciechi di Salerno, lo chiede a tutti: “Cosa state mangiando?”. I camerieri Imma, Giuseppe, Costanza aspettano le risposte. Vengono da Salerno e Napoli ma conoscono il Vallo perché a Polla c’è una sezione dell’Unione.  Cosa stiamo mangiando non lo sapremo mai esattamente, gli altri sensi dovrebbero aiutarci ma non sono immediati. Neanche l’udito è poi così attento. Accanto a me c’è Luigi, 63 anni, cieco da 5 anni dopo un glaucoma. Per ascoltarlo mi abbasso in avanti. Ci spiega come prendere il cibo dal piatto e intanto saluta la moglie all’altro tavolo e poi un amico al terzo tavolo, invitandolo a cantare. Ad accettare la sua disabilità per ora non ci pensa. “Se fossi nato cieco, forse sarebbe stato diverso, ma ora…Ero un direttore commerciale, sempre in giro, lavoravo tanto, troppo, lo stress mi ha rovinato. La disabilità ti cambia, i pensieri sono tanti, brutti, per fortuna c’è la famiglia, ci sono le responsabilità e c’è chi mi aiuta. Ma il bastone o il cane per passeggiare non li voglio. Non li accetto”. Le sensazioni variano nel racconto, nelle parole. Arriva il secondo e i tentativi di acciuffare il cibo si fanno goffi. A tratti, In bocca arrivano pezzi interi di carne, cipolle e frittata di qualcosa. Insomma, al buio, tutto o nulla. La pancia è già piena, ma la curiosità resta e mi sporgo davanti ad ascoltare ancora Luigi che, tra una risata e un consiglio, si rammarica di una cosa: la commozione. Quella che non riesce a provare, a percepire, a vedere, quando la nipote che ha davanti o la persona che ha di fronte, si lascia andare a un’emozione, “mi manca, la commozione mi manca”. Ho sete, riempio il bicchiere d’acqua, mentre arriva il dolce che assaggio soltanto un po’. Il tempo è veloce, un’ora breve sta finendo e così dopo aver ringraziato tutti, dal Comune di Sant’Arsenio per la disponibilità della sala, ai giornalisti, a Francesco, Luigi, Nunzia e Umberto, i camerieri dell’Unione accendono le luci. Gli occhi si chiudono, poi si stringono e lentamente si riaprono a guardare gli altri.

Cauto mi tuffo nel bianco, più consapevole di prima, più naturale di prima, lasciandomi alle spalle quella neve fuori che è bianca solo se la vedi, ma è anche fresca se la tocchi e fragrante se la odori.

Salvatore Medici

E un lunedì fu l’armonia

in Istantanee by

E un lunedì fu l’armonia

di ritorni e mai più ombre,

di calma sorpresa nei gialli lampioni di una stazione.

E fu la passione, premere su due vite incerte

gli  occhi, respirare in altri occhi

il dolce peso dell’infinito posarsi su sensi tremanti.

E fu l’avvolgersi nell’aria calda, a braccia strette

sentire ti amo nel tuo corpo, pronunciarne mille nella mia bocca muta.

e trattenere una nuvola colma, leggera

che nel silenzio del sonno e del ricordo riempie e fugge via.

“Ma allora la vostra è una grande storia d’amore?”

in Storie by
Amore a Casa Astra

Martino: “Ci siamo trascinati male, sai. A 51 anni bisognerebbe essere forti e maturi ma invece si può essere ancora deboli. E lei è più debole di me, ne ha avuto di problemi pure lei. Abbiamo vissuto momenti brutti, ma adesso cerchiamo di risalire.  Adesso la cosa che voglio è andare via da queste zone del Mendrisiotto, andare verso il Luganese, vivere da soli. Abbiamo ospitato in casa una persona che ci ha divorato tutto, tutti i nostri soldi, perché gli abbiamo dato fiducia. Una mela marcia. Ora la cosa importante è ricominciare, la situazione non è drammatica, è recuperabile e dobbiamo iniziare con una casa nuova, una casa nostra, soli. A 51 anni non si può ancora vivere con la paghetta della mamma. Tante cose sono accadute per colpa nostra, gli sbagli si fanno, poi s’incontrano persone che come vermi ti mangiano completamente. Adesso basta, cerchiamo di vivere gli ultimi anni tranquilli, speriamo che tutto vada bene.

Keep Reading

La primavera del coraggio in una stanza di vestiti

in Approfonderie by

Quando la primavera , i suoi caldi, i suoi profumi inondano all’improvviso un sabato pomeriggio di marzo, la leggerezza è la sensazione principale che scorre nella mente e sulla pelle e pervade, anche quando non dovrebbe, tutto quello che va oltre il nostro corpo, gli ambienti, le persone, le sofferenze,  gli sforzi, la rabbia e i problemi. Questo stesso respiro pervade anche lo stanzone a piano terra della parrocchia di Rebbio a Como, quella di Don Giusto con le sue battaglie per accogliere i migranti. Quattro donne sono sedute al lungo tavolo della mensa, fanno conti e parlano, mentre una quinta prepara il caffè al banco del bar. Agli altri tavoli e sui divani siedono ragazzi africani. Chi ascolta musica con lo smartphone, chi gioca con una ragazza, chi legge qualcosa o se ne sta con lo sguardo dritto a pensare, chi si alza. Fuori il viavai è ancora più intenso, ci sono due strutture nelle quali entrano altri ragazzi africani e arabi, dall’altra parte della strada c’è invece un campetto da calcio e tanti che corrono a calciare palla.  Don Giusto oggi non c’è, si trova a Monza per il Papa, ma qui le volontarie sono operative e fondamentali.

Keep Reading

Lavorare con lentezza, il tempo del pane

in Storie by
Pane_lento

Lavorare con lentezza, il tempo del pane, quello lungo della notte, le ore di una vita che portano alla felicità “perché la felicità che ricevi a fine giornata, è la felicità che avrai alla fine della tua vita”. Parola di Marius Höckl, il chirurgo ortopedico di Monaco di Baviera che ha scelto di fare il panettiere. Non da solo. Con lui c’è Nicola Cavallini dalla valle di Muggio, prima architetto, poi falegname, ora panettiere con un credo: “Dietro il pane c’è un paesaggio, può esserci una fabbrica o il campo di grano. Tu da che parte stai?”. Marius e Nicola quella “parte” l’hanno scelta, un tipo di vita, un tipo di lavoro, un tipo di pane. Insieme a loro, c’è Dominique Ignomeriello, originaria di Bitonto, sinologa, moglie di Nicola e addetta alle vendite nei mercati.

Keep Reading

Sogno

in Istantanee by

SOGNO, leggero, spontaneo il volare, nei sensi il senso, l’amore ritrovato, un amore nuovo, giorni futuri di lieve andare, il mare il sole il vento, che non c’è, che c’è, ingannatore, ideale, passato, da immaginare in due, da spingere assieme, cene di mani che si guardano, occhi quotidiani, o me o vita, fuggente l’attimo, il fior fiorito, nei sensi l’emozione, di colori e passione, di volontà e sorrisi, braccia impetuose del coraggio, calma di pace fatta, il luogo segreto nel tempo che resta, in una notte di mezza estate.

Due, sette, sette: “Io ho fiducia”

in Accadimenti by
Libro_Bianco_su_Bianco

Una palla bianca schizza in rete, gira tra piedi ignoti che schiacciano un campo di cemento avvolto dalla nebbia, si fa preda di ragazzi in corsa verso la porta, in fuga sulle fasce, in fuga da paesi lontani. A guardare giocare questi richiedenti asilo in un pomeriggio di dicembre a Chiasso, capisci che per dare forma a un tempo e a un futuro incerto, c’è da vivere l’istante, altrimenti impazzisci. Insomma, rincorrere una palla bianca per buttarsi dentro e sorridere, nonostante tutto. Loro lo fanno, nonostante quel tutto che resta.

Ragazzi partiti male nella vita, che rincorrono la vita migliore. C’è chi ce la fa, c’è chi non ce la fa. “Ruggero ce la farà, ma non è sempre così”, sussurra Daniele Finzi Pasca a qualche centinaio di metri di distanza dal campetto. Al Cinema Teatro oggi, 13 dicembre, si presenta il libro del regista, attore e coreografo svizzero, “Bianco su Bianco”.  Keep Reading

Quando le persone lasciano un segno

in Storie by

Le persone arrivano, lasciano un segno, poi ripartono. Qui a Casa Astra, a sud del Ticino, le persone sono di passaggio, ma riempiono questo luogo delle proprie vite, con dolori, speranze, ansie, tentativi. Ho scelto anche io di arrivare e incontrare altre vite, qui in questo luogo di confine, che ospita 24 persone senza fissa dimora, in quella che era la vecchia Osteria del Ponte di Mendrisio.  Abbagliato dal sole della mattina, entro. La prima saletta è quella con il bancone e il bar e alcuni tavoli da perfetta osteria. Dalla cucina sbucano alcuni inquilini della casa. Senza fissa dimora! Persone che hanno bisogno di un tetto, in attesa di rimettere a posto una vita, caduta via, leggermente, su scale fragili e invisibili, per via di una distrazione, di destini malmessi, di passioni rincorse. Keep Reading

1 2 3
Go to Top

Powered by themekiller.com anime4online.com animextoon.com apk4phone.com tengag.com moviekillers.com